Le Janas di Monte Oe - Racconto di Maria Lidia Petrulli

Copertina del Racconto di M. Lidia Petrulli - Le Janas di Monte Oe - Disegno Fonte
Capitolo I - LE JANAS DI MONTE OE
Era l'ora che precede il sorgere dell'alba.
Fra le mura massicce del nuraghe e nel villaggio circostante, il silenzio era rotto soltanto dall'agitarsi del bestiame nei recinti e da qualche russare particolarmente sonoro.
La sentinella di guardia sui bastioni si era addormentata, vinta dalla stanchezza accumulata durante il giorno precedente e la veglia notturna.
D'un tratto il suo sonno fu turbato da un rumore lontano e nel suo sogno prese vita un
ritmo sordo e regolare, pietre che battevano le une sulle altre secondo una cadenza non casuale... una cadenza
familiare, un avvertimento...
La sentinella si agitò nel sonno tentando di scacciare quel fastidioso incubo, ma il senso
del pericolo invase la sua coscienza intorpidita e si costrinse ad aprire gli occhi: vi era solo il lieve
chiarore della notte che si allontana, il carro rosato del sole non si era ancora levato in volo e i suoi
raggi non raggiungevano il buio.
Nel dormiveglia l'uomo si disse che era tutto tranquillo e che poteva tornare a dormire, ma
di nuovo il campanello d'allarme scattò dentro di lui ed egli si ribellò alla stanchezza che lo portava a
negare la presenza di qualcosa di insolito.
Questa volta sbarrò bene gli occhi e si sollevò sui gomiti: da un'altura a nord-ovest si
sollevavano le fiamme di un fuoco che, brillando nell'oscurità, richiamava l'attenzione di chiunque stesse
riemergendo dal torpore del sonno.
Questa volta sbarrò bene gli occhi e si sollevò sui gomiti: le alte fiamme di un fuoco si sollevavano da
un'altura a nord-ovest brillando intenso nell'oscurità per richiamare l'attenzione di chiunque cominciasse a
riemergere dal torpore del sonno.
Ora anche il ritmo regolare dei colpi di pietra era più nitido.
La sentinella scattò in piedi completamente sveglia: -
Il nuraghe Losa! - urlò nel silenzio - Pericolo dal nuraghe Losa!
I guerrieri si svegliarono bruscamente precipitandosi sui bastioni che collegavano le quattro torri del nuraghe.
- È il segnale di pericolo del nuraghe Losa! - gridò qualcuno - Nemici! È il segnale della presenza di
nemici!
Poco dopo anche Farisone, il capo tribù, aveva raggiunto i suoi guerrieri e con loro scrutava il rossore
delle fiamme che si levavano da nord-ovest.- Presto! - ordinò - Due di voi sellino i cavalli e vadano a
vedere cosa succede!
- Vado io! - e Nabine fece per precipitarsi verso il recinto dei cavalli,
ma Lonfrò, un massiccio guerriero dai capelli cortissimi inframmezzati da ciuffi più grigi, lo fermò
afferrandolo per un braccio: - Dove vuoi andare, tu? Levati dai piedi! - e comandò a due giovani compagni di
eseguire l'ordine di Farisone.
Questi scesero a precipizio le scale e montarono i cavalli più veloci del branco.
Nel frattempo anche il villaggio si animava, svegliato dai richiami di pericolo che nessuno poteva più negare; i
primi raggi rosati dell'alba si erano da poco levati che già, fuori e dentro l'imponente costruzione, un
fermento insolito si era impadronito dei suoi abitanti.
A metà mattina i messaggeri tornarono: - Nemici dal mare! - gridavano con tutto il fiato che avevano in corpo -
Gli esploratori del nuraghe Losa hanno visto molte imbarcazioni straniere approdare sulla costa e guerrieri
dalla carnagione scura mettersi in marcia verso l'interno!
La notizia turbò Farisone che aveva già visto molte lune e altri episodi simili a quello: il capo tribù aveva
precedentemente incontrato uomini con quel colore di pelle, ma era stato tanto tempo prima, quand'era ancora
bambino; improvvisamente gli tornò in mente il ricordo delle grida dei guerrieri feriti o uccisi durante la
battaglia, il lampeggiare sinistro delle lame ricurve con cui quei demoni dalla pelle scura ammazzavano chiunque
si interponesse sul loro cammino, e poi l'oscurità del nuraghe di cui venivano chiuse tutte le porte per
prepararsi all'assedio.
L'assedio..., era durato a lungo, ricordava di avere avuto tanta sete per molti giorni, ma poi le porte erano
state nuovamente aperte e sui campi intorno al nuraghe giacevano centinaia di cadaveri dalla pelle bianca e
dalla pelle scura. Quella volta i nemici erano stati ricacciati sulla costa e costretti a riprendere il mare.
Farisone si riscosse dai suoi ricordi e impartì gli ordini che avrebbero permesso al nuraghe di opporsi a quella
nuova aggressione così, mentre i guerrieri di preparavano alla battaglia, donne vecchi e bambini si
preoccupavano di ricoverare il bestiame nelle stalle dentro il nuraghe, insieme al resto della tribù che abitava
nelle capanne lì intorno.
Nel giro di breve tempo, nel piazzale di fronte alla porta principale si creò parecchio trambusto e alcune
guardie unirono i reciproci sforzi per mettere un po' d'ordine fra i numerosi contadini e pastori, capre e
pecore che, spingendosi e urtandosi, cominciavano ad affollarsi all'interno degli angusti spazi del nuraghe.
Così come accadeva ogni volta che si presentava la minaccia di un'invasione, il villaggio si spopolava, mentre
fra le mura massicce della costruzione rimbombavano le imprecazioni degli uomini e i belati degli animali.
La tensione e il chiuso rendevano le bestie irrequiete e le persone irascibili, così che ogni volta si rendeva
necessario sedare rapidamente le liti iniziali, in attesa che la paura prendesse il sopravvento mettendo a
tacere anche gli animi più infiammati.
Intanto, sui bastioni, le sentinelle si avvicendavano senza tregua passandosi l'un l'altra gli ordini che
Farisone impartiva affinché nulla li cogliesse impreparati e, nei cortili, i guerrieri affilavano le armi,
tendevano gli archi al massimo della loro potenza per controllare che le corde non cedessero, si allenavano con
le asce bifronti per le quali erano famosi e bilanciavano le lance sulle braccia robuste per appurarne la
precisione del tiro.
Il rumore dei preparativi per fronteggiare l'attacco nemico echeggiava da un punto all'altro del nuraghe
spandendosi per tutta la vallata.
Nabine non sopportava quella confusione.
Di corsa scese lungo le scale del torrione principale, sapeva che nessuno avrebbe badato a lui. Di passaggio
lanciò uno sguardo distratto nella camera dove le donne, sotto la guida di Eliona, sposa del capo tribù, erano
intente a cucire le pelli conciate, per preparare robusti indumenti da guerra e scudi che avrebbero poi
rivestito con grasso animale. Erano tutte così assorbite dal proprio lavoro che nessuna si accorse della sua
presenza.
Nabine continuò a scendere, evitò l'atrio principale e si diresse verso i locali più protetti dell'imponente
costruzione, là dove venivano accatastate e conservate le provviste: sacchi di farina e imballi di carne
essiccata erano stipati nelle nicchie profonde delle pareti che fungevano da dispensa.
L'anziana Arrosa finse di non accorgersi del formaggio e del pane con cui riempì la bisaccia che era solito
portare con sé nei suoi vagabondaggi per i campi e i monti, lontano dal villaggio; si era talmente abituata allo
strano modo di fare del ragazzo che, senza scomporsi, gli porse un otre colmo d'acqua che il giovane aggiunse al
suo bagaglio.
Nabine aveva venticinque anni e, se fosse stato considerato alla stregua degli altri ragazzi, avrebbe già da
tempo imparato ad usare l'arco e a tirare di spada come un vero guerriero, ma il giovane aveva una statura
troppo alta per il suo corpo sottile e fragile e una gamba deforme e più corta che non gli dava la stabilità
necessaria per andare in battaglia; Nabine era diverso, faceva strani sogni ed era taciturno e schivo, così che
lo stregone del villaggio diceva di lui che era stato "toccato dai poteri della luna". La comunità l'aveva
accettato e gli dava il cibo di cui nutrirsi chiedendogli davvero poco in cambio: qualche messaggio da portare
alle tribù vicine o la raccolta di bacche commestibili da aggiungere alle provviste, ma lo scotto che il giovane
aveva dovuto pagare a causa della sua diversità fisica e mentale era stato alto, poiché egli comunque non
riusciva ad adattarsi a quel mondo e la solitudine era stata la sua principale compagna sin dall'infanzia.
Poiché Lonfrò lo aveva umiliato scacciandolo come un cane e intimandogli di togliersi dai piedi, Nabine lo aveva
preso in parola. Così si infilò per un passaggio poco frequentato, oltrepassò le mura e si trovò in aperta campagna, scese per
uno stretto e ripido sentiero che portava a valle e si diresse verso il Monte Oe.
Nabine sperava di avvistare gli stranieri dalla sua cima, battendo sul tempo le sentinelle appostate sulle torri
di guardia, ed avvertire così Farisone prima di quanto loro non potessero fare.
"Quando avvisterò i nemici e avviserò il villaggio del loro prossimo arrivo, allora impareranno a rispettarmi,
sapranno che anch'io posso essere utile in battaglia e non sarò più solo, forse una delle donne si innamorerà di
me..."
Nabine smise di sognare e scese giù, a valle, dove il gran caldo della stagione estiva aveva ridotto il fiume ad
un esile rigagnolo, e l'acqua stagnava in scarse pozze sparse qua e là fra le pietre bianche; il giovane restò
affascinato dalle alte pareti rocciose della stretta gola, dove bassi arbusti d'erica e mirto crescevano
arrampicandosi fin sulla cima.
A guardarlo dall'alto, lo stretto letto del fiume appariva come un sovrapporsi di varie tonalità di verde e
rosa, leggermente ondeggiante sotto la brezza che portava con sé il delicato profumo degli oleandri e quello
pungente dell'erica: stando attento a non perdere il precario equilibrio, Nabine cominciò a saltare di masso in
masso con la sua gamba deforme, cercando la frescura sotto i grandi arbusti dai fiori bianchi e rosa.
Aveva percorso buona parte del letto del fiume quando, ad un bivio segnato da un robusto ginepro, cominciò ad
arrampicarsi sulla stradina tortuosa che portava sul Monte Oe.
Lassù il caldo era soffocante.
Il giovane si tolse il mantello di capra e raccolse i capelli corvini in una coda, legandoli con uno stelo
d'erba abbastanza robusto, ne scelse quindi un altro più largo, lo piegò fra le dita formando una sorta di canna
e cominciò a suonare soffiandovi dentro.
Le note aspre ma armoniose dell'erba che vibrava, lo accompagnarono lungo la ripida salita.
Dopo un paio d'ore, Nabine raggiunse uno spiazzo coperto di vegetazione che saliva verso la cima del monte; non
c'era mai stato prima e il giovane restò sorpreso nel notare che l'intero sottobosco era disseminato di piccole
grotte, così minuscole che solo un bimbo o un nano avrebbero potuto passarvi. Avvicinatosi ad una di esse, sentì
che dal suo interno proveniva la musica più bella che avesse mai udito e, improvvisamente, da ogni angolo del
bosco si levarono altra musica e canti di voci melodiose come usignoli.
Ne restò talmente incantato che perse la nozione del tempo e il tramonto lo colse di sorpresa.
Nonostante l'ora fosse tarda, spinto da un'irresistibile curiosità, Nabine cercò di adattarsi come meglio poteva
allo stretto antro della piccola grotta e vide una luce brillare lontano, in un punto remoto e impreciso;
allungò un braccio come se con quel gesto potesse riuscire a raggiungere quella meta impossibile ma, d'un
tratto, luci e suoni scomparvero e lui restò solo nel buio e nel silenzio.
"Anche coloro che abitano qui non vogliono avere a che fare con me, sono uno stupido a pensare di poter cambiare
le cose! Io non so fare niente che altri possa apprezzare."
Ancora una volta, come tante altre nella sua breve vita, Nabine si sentì inutile e incapace e ciò gli provocava
una profonda tristezza.
Era ormai notte fonda e, essendo troppo tardi per proseguire, il giovane preparò un giaciglio di foglie su cui
stese il mantello, vicino all'ingresso di una delle grotte; era stanco e deluso e dimenticò di mangiare il cibo
che aveva portato con sé.
Si era addormentato da poco quando fu svegliato da un tocco leggero: Nabine si stropicciò gli occhi e si sollevò
sui gomiti, quindi si accorse che qualcuno aveva sistemato al suo fianco una scodella di latte e un paiolo di
legno su cui c'erano del formaggio e del pane.
- Notte di prodigi! - esclamò - Mai mi sarei aspettato che anche a me, da tutti considerato solo una seccatura,
sarebbe potuta accadere una cosa simile! Grazie, gentile ospite - proseguì rivolto al buio - un giorno vorrei
ricompensarti per la tua cortesia e, se anche finora non sono riuscito a dimostrare di essere anch'io un uomo
con la sua dignità, capace di rendersi utile nonostante i difetti del mio corpo, sono certo che un giorno
incontrerò chi saprà guardare il mio cuore, oltre al mio aspetto!
Ringraziato l'invisibile ospite, Nabine mangiò con gusto e quel cibo gli sembrò il migliore che avesse mai
assaggiato quindi, prima di riuscire a riprendere sonno, i suoi occhi vagarono nel buio e le sue orecchie si
tesero ad ogni sibilo o calpestio di foglie, nella speranza di scoprire chi abitasse quelle grotte e poter
provare una volta nella vita, cosa volesse dire avere degli amici.
Ma era talmente stanco che si addormentò.
Racconti in Bacheca
Data: 2006 - Aggiornamento Racconti 2007-04-02
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