IL SENTIERO SUL PIANORO di Maria Lidia Petrulli e Fabio Porcu
IL SENTIERO SUL PIANORO - Capitolo I
Dalla finestra guardo il cielo eternamente velato di Milano, alla ricerca di una nuvola capace di riportarmi
alla mente una fisionomia amica. Senza i rumori del traffico è più semplice rilassarsi, i pensieri possono
vagare liberi. Sul cristallo della scrivania alcuni piccoli fiori viola, non sono particolarmente belli ma hanno
un piacevole profumo; risvegliano in me il ricordo di un episodio che ha cambiato la mia vita.
Sono solo fiori di lavanda, lavanda selvatica, che io chiamo semplicemente "SELVATICA", rappresentano il
ricordo dei momenti trascorsi in quel lontano autunno, quando pensavo ancora di essere un segugio dal fiuto sottile per i buoni affari.
Alcuni mesi prima ero all'inseguimento di un ottimo affare con un pezzo di terra in Sardegna,
gli affari andavano bene, il mercato immobiliare andava alla grande,
ma mi serviva qualcosa di grosso per entrare nel "Gotha" dei costruttori nazionale,
avevo bisogno di quell'imprimatur se volevo accedere al vero business.
Nel mio ufficio, all'ultimo piano di uno dei più grandi grattacieli di Milano,
l'interfono squillava in modo fastidioso, sbuffai stizzito,
deciso a fermare quel tormento inutile sollevai la cornetta del telefono per ascoltare la voce di Sara,
la mia segretaria, che mi domandava se poteva portarmi alcuni documenti da firmare urgentemente.

In realtà non avevo nessuna voglia di vedere lei e i quei maledettissimi documenti
che mi distraevano dalla verifica dei miei ultimi investimenti, così imprecai, ma sottovoce,
perché non è conveniente mandare al diavolo i dipendenti, si ha purtroppo sempre bisogno di loro,
occorre che siano fidati e fedeli, e che non battano in ritirata al momento meno opportuno;
loro sanno come fartela pagare: emicranie, stress e altre balle di questo tipo che,
straordinariamente, scompaiono con un aumento di stipendio e qualche premio di
produzione, così fui costretto a darle il permesso di entrare.
Sara fece il suo ingresso con un sorriso che le tirava la faccia da un orecchio all'altro,
sfoderando i denti candidi da non fumatrice e un'aria trionfante con cui mi porse un foglio che riconobbi subito come lo stampato di un fax.
Le dissi di poggiarlo sulla scrivania e che gli avrei dato un'occhiata più tardi,
ma lei restò in piedi davanti a me, la mano tesa e quel sorriso snervante stampato sul volto,
così fui costretto a sollevare lo sguardo che cadde direttamente sul foglio:
restai talmente sorpreso che balzai in piedi e quasi rovesciai la poltrona di pelle marrone
firmata "AOC" che avevo ordinato direttamente a New York.
Non riuscii a trattenermi: - È fatta! – esclamai
– Quei pirla della Regione Sardegna l'hanno finalmente capito che quel pezzo di terra
non avrà mai valore senza il mio intervento!
Altro che polmone verde e tutte quelle altre stronzate ecologiche,
loro avranno la gloria di una struttura unica nel suo genere e io un bel po' di quattrini sul conto!
Rovistai fra gli innumerevoli incartamenti posti in bell'ordine sulla scrivania.
Lo trovai.
Un raccoglitore blu con una targhetta bianca su cui era scritto "GESTURI".
Lo aprii e lasciai che lo sguardo corresse sul progetto del villaggio turistico che avevo intenzione di farvi costruire:
case in pietra, bacini per l'allevamento di pesci e piante acquatiche,
stalle per cavalli attrezzate con gli strumenti più all'avanguardia.
Ogni cosa all'insegna del New Age più In e sofisticato, un'oasi di mondo pastorale immersa nel lusso
che solo i vip alla ricerca continua di sensazioni nuove avrebbero avuto la possibilità economica di assaporare.
D'altra parte anche gli isolani avrebbero avuto la loro parte di guadagno,
non si sarebbero più lagnati a causa delle poche possibilità di lavoro e avrebbero finalmente portato il turismo
nelle zone interne della regione: così come i loro assessori e gli altri quattro politici da strapazzo
andavano augurandosi da chissà quanti anni senza mai approdare a nulla.
"La solita ristretta mentalità del sud; questi terroni, se non ci fossimo noi del nord a dare le idee giuste
e a tirare la carretta dell'economia! Il fascino del primitivo, cosa diavolo pensano di poter avere di più?"
Ridacchiai soddisfatto e richiusi il fascicolo.
- Sara prenota il primo volo per Cagliari per domani, prima classe se c'è o comunque voglio un
trattamento speciale per una persona speciale… e una macchina sportiva, veloce e comoda, navigatore satellitare, bar ed ogni altro comfort ti venga in mente.
E che si trovi già al mio arrivo in aeroporto, non ho intenzione di sprecare il mio tempo in quella regione,
farò un sopralluogo veloce e domani sera sarò già di ritorno a Milano.
- Vi cerco un autista, dott. Baraldi? Sarebbe prudente, se ne sentono tante laggiù, sequestri,
riscatti, quella gente è strana, sono "banditi" e, per giunta, arretrati!
Sara era certamente animata da buone intenzioni ma mi stava tediando e io la zittii con un cenno della mano.
- Fa come ti dico, - ribattei nuovamente impaziente di togliermela dai piedi
- niente autista e una buona macchina, semmai procurami una cartina stradale aggiornata.
E adesso sbrigati, ho un mucchio di cose da fare e poco tempo!
L'indomani abbandonai le nebbie di Milano per immergermi in un cielo sempre più azzurro mano a mano che mi avvicinavo all'isola,
fatta eccezione per qualche nube più grigia che andava a perdersi verso le montagne.
Andò tutto come previsto: arrivo a Cagliari alle otto in punto,
visita al Consiglio Regionale alle ore nove per le ultime questioni burocratiche,
tra l'altro da me particolarmente accelerate perché non avevo nessuna voglia di intrattenermi con "quelli",
e partenza alle undici per il mio nuovo investimento, la Piana di Gesturi,
o come diavolo la chiamano loro: la Giara di Gesturi.
Effettivamente i membri del Consiglio non si aspettavano che rifiutassi l'invito di restare a pranzo,
malloreddus, porceddu e tutte quelle altre cose che a loro piacciono tanto, purtroppo questa gente,
come quelli del terzo mondo, non riesce proprio a capre che il tempo è denaro e che quindi non va sprecato.
Il mondo gira veloce e il danaro accelera tutto.
Il viaggio fu molto più complicato del previsto.
Nel corso delle due ore e mezza che impiegai per raggiungere la meta imprecai almeno un migliaio di volte
nel rendermi conto che quegli zulù non sapevano cosa fossero le indicazioni stradali,
facendomi sbagliare strada un sacco di volte, per poi essere costretto a tornare indietro.
Ero maledettamente in ritardo sulla mia tabella di marcia.
Finalmente arrivai in un piccolo paese grigio e silenzioso che portava lo stesso nome del mio futuro "hermitage", Gesturi.
Erano passate le due, c'era poca gente in giro e neanche un negozio aperto, anzi,
forse non c'era neppure un negozio in quel posto, quindi mi affrettai a raggiungere la mia nuova proprietà
pensando che a quella scempiaggine avrei posto rimedio io a suo tempo.
La strada non era che un volgare sterrato di campagna pieno di fossi e ammassi di pietre,
adatto più a un fuoristrada che ad una macchina coma la mia, così fui costretto ad abbandonarla e
ad affrontare "a piedi" quel terribile percorso "campestre".
- Qui ci farò una bella strada asfaltata, – cominciai a parlare fra me e me ad alta voce
– farò sparire sterpaglie e arbusti e creerò una vera selva di rosai e altri rampicanti che segneranno
l'accesso al villaggio più esclusivo che mente umana abbia saputo ideare,
e questa sarà soltanto opera mia e mi frutterà un sacco di soldi.
Mentre, entusiasta e con in mano il mio progetto perfettamente disegnato con colori diversi per ciascuna delle strutture
che sarebbero state costruite, mi facevo strada in quel groviglio di natura incolta, inciampai in una radice che,
se fossi stato superstizioso, avrei detto fosse spuntata lì apposta in quel momento per farmi perdere la pazienza.
Caddi rovinosamente scorticandomi le mani e provocando un lungo strappo al candido progetto
su cui avevo lavorato per mesi in prima persona.
Mi risollevai scuotendomi di dosso quella polvere schifosa e cercando di rimediare al danno sul foglio del progetto.
Cominciai ad imprecare sul serio quando vidi le mie belle scarpe di vitello nero, firmate Gucci, imbrattate di polvere e orribilmente graffiate,
e imprecai ancor più forte quando mi accorsi dello strappo al pantalone in corrispondenza del ginocchio,
sul jeans Versace che avevo indossato per l'occasione.
Con dita contratte per la rabbia, mi chinai a controllare lo strappo,
provocando involontariamente la caduta del cellulare che tenevo nel taschino e che,
finendo su una pietra, andò in pezzi tagliando via ogni mio possibile contatto col mondo "civile".
- Maledizione!
Diedi un calcio a quei pezzi di plastica e circuiti ormai inservibili,
tanto più che anche per le scarpe non c'era più nulla da fare,
mi consolava soltanto l'idea di avere un altro cellulare in macchina.
- Linee telefoniche ovunque, farò un contratto miliardario con la Telecom!
– esclamai perché era l'unica cosa cui potessi pensare in quel momento.
Naturalmente non mi diedi per vinto e proseguii fra la
sterpaglia sino a raggiungere il pianoro su cui sarebbe sorto il mio villaggio;
qui fui rapito dall'emozione per il perfetto abbinamento fra quei luoghi e le mie costruzioni a pianta circolare,
in apparenza delle vere case rurali, ma dotate di ogni comfort, dall'idromassaggio a qualsiasi altro elettrodomestico computerizzato,
così come lo stesso impianto elettrico e di climatizzazione,
pronto ad eseguire con semplici comandi vocali anche le esigenze dei proprietari più eccentrici.
Non avevo neanche bisogno di guardare il progetto tanto avevo ogni cosa ben delineata nella testa.
Immaginai la piscina a forma di doppio cuore, le aiuole con le piante grasse,
le alte palme e la sala per i party, le stalle dove avrei fatto rinchiudere
e addestrare quei maledetti cavallini della giara e le mie ospiti con le loro sahariane,
i loro costumi succinti, i loro gridolini di soddisfazione davanti a quel che stavo loro offrendo
e uno stuolo di giovani donne fra le quali avrei potuto trovare compagnia a piacimento:
ogni notte, una bella gnocca diversa.
Ancora immerso nei miei sogni ad occhi aperti, cominciai a sentire un dolore lancinante alla mano sinistra:
che iniziò a diventare sempre più rossa e poi a gonfiarsi in modo spaventoso,
estendendosi ben presto anche all'avambraccio sino al gomito.
Ero terrorizzato. Sicuramente mi aveva punto qualche insetto pericolosissimo
e adesso correvo il rischio di avere uno shock anafilattico… e non avevo con me neanche il telefonino!
- Farò fare la disinfestazione di tutta l'area! - e intanto tenevo il braccio sollevato e cercavo di muovere le dita grosse come salsicciotti.
In cuor mio, cominciavo ad odiare quel posto e a rimpiangere il pranzo offerto dai membri del Consiglio,
oltre al fatto di non aver preso con me un autista; soltanto dei pastori ignoranti potevano vivere in un luogo come quello.
Purtroppo non ebbi il tempo di continuare le mie argute osservazioni.
Il cielo si era coperto di nubi pesanti d'acqua e, nel giro di pochi minuti, cominciò a piovere,
prima una pioggerellina sottile e poco dopo un acquazzone torrenziale che mi inzuppò da capo a piedi.
Mi misi a correre verso la macchina, ma incespicai e caddi.
Ancora disteso sulla terra che si trasformava in fango,
vidi con rammarico il disegno del mio villaggio quasi sciogliersi sotto la pioggia,
cercai di consolarmi pensando che Sara ne aveva fatto certamente chissà quante altre copie:
peccato che non ricordassi di averle mai fatto vedere questo progetto.
La sfiga che aveva accompagnato sin dall'inizio il mio sopralluogo stava per sopraffarmi,
io cercavo con ogni mia fibra di rialzarmi e, quando finalmente ci riuscii, mi ritrovai immerso in un acquitrino fangoso,
il mio rollex era scomparso e non c'era modo di sapere che ora fosse.
Nel frattempo, una foschia fitta come la nebbia peggiore di Milano cominciò ad addensarsi nascondendo il paesaggio.
Fui preso dal panico.
Ricordo che cominciai a correre alla cieca, senza avere la più pallida idea di dove mi stessi dirigendo,
mentre il mio progetto miliardario giaceva in qualche rigagnolo di quel posto infernale.
A ripensarci oggi, ci posso anche ridere su: il razionale uomo d'affari del nord che se la da a gambe levate in un terreno
impervio e sconosciuto; ma in quel momento non c'era proprio niente di cui ridere,
ero solo e inerme in mezzo a una natura di cui non conoscevo assolutamente nulla.
Correvo alla cieca, sperando di andare nella direzione giusta,
anche se mi accorgevo d'essere sempre più aggrovigliato nell'intrico di rami e alberi,
con un muro di pioggia e di foschia che mi impediva di vedere qualunque cosa, sotto, sopra e intorno a me.
Improvvisamente mi parve di sentire dei rumori, forse di qualcuno che si trovava nelle vicinanze;
pensai che, non vedendomi tornare, erano venuti a cercarmi, avevano visto la macchina e mi stavano chiamando,
ma erano lontani e io non avevo fiato per segnalare dove fossi.
Però nessuno, a parte Sara, sapeva che sarei andato sin lassù, e lei non poteva sapere niente di quel che mi stava accadendo,
né se fossi in ritardo o meno.
Corsi comunque in quella direzione, consapevole del fatto che il mio staff pensava che io fossi insieme
ai Consiglieri Regionali e che i Consiglieri erano certi che fossi già a Milano.
Per la prima volta in vita mia ero davvero solo e in balia di una situazione che non sapevo affrontare.
Continuai a correre inseguendo i miei fantasmi;
trassi un respiro di sollievo quando, d'un tratto, ebbi l'impressione di trovarmi in uno spazio aperto:
ero finalmente uscito dal boschetto e le voci erano lì intorno, tranquille come se mi aspettassero.
Mi tornò tutto il coraggio e l'orgoglio che avevo perso:
- Ehi! Sono qui, ci avete messo un sacco di tempo a trovarmi,
sarebbe questa la vostra tanto rinomata ospitalità? Potevo anche affogare in questa melma immonda
e allora si che ne avreste passati di guai! Vi avrei citato per danni, e che danni!
Nessuna risposta, il brusio continuava quieto.
Ricominciai ad avere paura e tutta l'arroganza che avevo messo nelle mie ultime frasi, mi morì in gola.
Feci qualche passo verso quel qualcosa che percepivo come una presenza,
brancolando nella pioggia torrenziale e nel buio sempre più fitto.
Credo di aver perso i sensi per qualche istante, quando tornai in me, mi accorsi di essere caduto in una buca,
con un dolore lancinante che, dalla caviglia, saliva su sino alla più esile fibra nervosa del mio cervello.
Era una brutta caduta e sicuramente mi ero fratturato una caviglia.
Non potevo caricare su una gamba, non potevo uscire dalla buca, né sperare in alcun soccorso perché, ormai, era notte.
Ripensai al mio progetto, al mio villaggio per soli vip; ogni cosa sembrava dissolversi,
così come sotto l'acqua si era sicuramente dissolto il progetto che, per mesi,
avevo custodito gelosamente in uno dei cassetti chiusi a chiave della mia scrivania.
Forse era stata solo un'illusione, un parto della mia fantasia.
Ormai era tutto perduto, non avrei visto l'alba del nuovo giorno.
Infreddolito e affamato, cercai invano di tirarmi fuori dalla buca: quella sarebbe stata la mia tomba, ne ero certo.
Mi rannicchiai alla meglio, cercando di proteggermi dall'umidità e dal freddo.
La pioggia era cessata. Sistemai la gamba in modo che mi facesse il meno male possibile e mi strinsi nella giacca,
mi ricordai anche degli analgesici che portavo sempre con me nella tasca interna e ne ingollai due.
Quella notte fu un vero e proprio incubo: il vento che spazzava il pianoro,
lo sbatter d'ali degli uccelli notturni, fruscii, grugniti, nitriti, tutto come in un film di Alfred Hitchok.
Rimasi a fissare con gli occhi sbarrati il cielo che il vento sgomberava dalle nubi, liberando il chiarore delle stelle.
Non ne avevo mai viste così tante e luminose, con le costellazioni nitide sullo sfondo blu scuro,
e ne rimasi meravigliato, per un momento dimentico del dolore alla caviglia e della situazione in cui mi trovavo.
So che la cosa ha dell'incredibile e che penserete che io sia pazzo,
ma sentii che quel cielo e quelle stelle mi proteggevano e che, la natura dopo essersi accanita contro di me
per l'intera giornata, adesso mi cullava fra le luci e le ombre del suo mistero.
Mi assopii.
Mi svegliai di soprassalto avvertendo qualcosa che respirava contro il mio collo con un fiato piacevolmente caldo,
poi spalancai gli occhi: cercai istintivamente di urlare, ma il grido di paura folle mi morì in gola;
la testa enorme dell'animale si allontanò un poco.
Eravamo lì, l'uno di fronte all'altra.
Io con la mia maschera di fango e l'animale con il muso umido da cui alitava il suo fiato caldo,
gli occhi grandi, allungati e dolci con un'espressione triste.
Ci fissammo a lungo, io e il cavallo, anzi la cavalla, come ebbi modo di accorgermi più tardi;
una femmina dal manto fulvo e la lunga criniera che le scivolava sul collo,
il torace largo e le zampe robuste con cui avrebbe potuto facilmente sfondarmi il cranio.
Mi guardai intorno nel chiarore rosato dell'alba mentre le tenebre indietreggiavano davanti all'imponenza del giorno imminente,
Il fiato mi si mozzò in gola, non avevo mai visto prima d'ora un'alba, o forse si,
quando ero ancora ragazzino, ma i miei ricordi infantili erano diventati nel tempo confusi e scarni.
I grattacieli di Milano e il suo eterno smog, non avrebbero mai permesso che si godesse di una simile visione;
a Milano, la completa assenza di orizzonti faceva pensare che l'intero universo fosse racchiuso lì,
fra le vetrate degli uffici e le guglie del suo mitico Duomo.
Ora, invece, la stella del mattino brillava nel blu che schiariva sempre più velocemente.
***
Potevo finalmente vedere la buca in cui ero caduto, non era particolarmente profonda e se avessi avuto anche l'altra gamba sana,
sarebbe stato un gioco da ragazzi uscirne fuori, correre alla macchina e
tornare alla rassicurante civiltà del mio mondo grigio, ma privo di sorprese.
Invece dovevo restare lì, prigioniero di ambiente selvaggio che aveva leggi diverse dalle mie e da quelle che conoscevo.
La cavalla avanzò verso di me e protese il collo,
quasi volesse rendersi conto di quel che mi impediva di liberarmi da quell'impiccio,
quindi sfregò nuovamente il muso sul mio collo alitando con forza sotto a
giacca e la camicia, regalandomi un senso di calore che, per poco, non mi fece perdere i sensi.
Allungò nuovamente il collo robusto nella mia direzione, finché non fu a portata delle mie braccia;
non compresi subito quel che mi stava suggerendo, ma poi le allacciai le braccia intorno al collo
e lei mi trascinò fuori dalla buca, verso la salvezza, mentre io serravo i denti per non urlare
a causa del dolore alla caviglia fratturata.
Senza conoscerne il motivo, avevo una gran voglia di piangere, mi chiedevo soltanto dove fosse andato a finire l'uomo arrogante
abituato ad avere ogni cosa ai propri ordini, forse si era dissolto con la pioggia del giorno precedente.
A fatica e contorcendomi, riuscii ad issarmi sulla sua groppa, quindi mi lasciai trasportare dove lei volesse,
affidando la mia vita a quella nuova e particolare amica.
Mi tenevo ben aggrappato alla sua criniera e il movimento dei suoi fianchi aveva su di me un effetto ipnotico.
Non mi ponevo neanche il problema di dove stessimo andando.
Ogni tanto mi assopivo, poi mi risvegliavo bruscamente e quindi mi riassopivo di nuovo.
Avevo la febbre e i primi brividi cominciavano a scuotermi, ma niente aveva più importanza.
Il luogo in cui la mia amica mi condusse, era attraversato da un rigagnolo dovuto alla pioggia del giorno prima,
per il resto, gli alberi e gli arbusti portavano i segni di una siccità durata troppo a lungo.
Nonostante fossi allo stremo delle forze, notai che c'erano molti altri cavallini intorno
e che avevano un'aria malandata: brucavano gli arbusti sulla terra ridotta in fanghiglia.
Battezzai col nome "Selvaggia" la mia cavalla; lei mi fece scivolare giù dalla groppa
in un luogo sufficientemente asciutto a ridosso di una grotta, quindi si allontanò.
Ne approfittai per cercare una stecca che facesse al caso mio; avevo frequentato dei corsi di sopravvivenza perché di moda,
ma non avrei mai pensato che un giorno mi sarebbero tornati così utili;
l'appoggiai alla gamba e annodai il tutto con un lembo strappato dalla mia camicia Armani,
quindi mi abbandonai sulla nuda roccia, al calore del sole che saliva sull'orizzonte.
Chiusi gli occhi e mi sentii libero e in pace con me stesso, per la prima volta nel corso della mia intera vita.
Racconti in Bacheca
Data: 1998 - Aggiornamento Racconti 2007-04-12
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