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Racconti Viaggio ad Avalon - Maria Lidia Petrulli

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IL SENTIERO SUL PIANORO di Maria Lidia Petrulli e Fabio Porcu

 

IL SENTIERO SUL PIANORO - Capitolo II

 

Forse i pensieri mi avevano trasportato altrove, oppure mi ero semplicemente addormentato, l'unica cosa di cui sono sicuro è che fui svegliato dai passi familiari di "Selvaggia" che lasciò cadere al mio fianco una buona manciata di rami cui stavano attaccati dei frutti rossi che addentai immediatamente, col succo dolcissimo che mi colava dalla labbra lungo il mento e il collo e quel che restava di giacca e di camicia.

Imitando la mia amica "Selvaggia", altri cavallini fecero cadere accanto a me alcuni ramoscelli pieni di quei frutti dolcissimi e io li mangiai tutti, senza pormi alcun problema, attaccato come mai alla vita e con un senso di benessere che, nonostante la gamba fratturata, continuava a pervadere il mio corpo; solo successivamente avrei scoperto che quei frutti si chiamavano corbezzoli.

 

 

Foto FonteSarda Aprile 2006 - Cavalli Giara di Gesturi

 

"Selvaggia" mi costrinse a masticare anche tutta una serie di foglie dal sapore disgustoso, cui cercai di sottrarmi mentre lei mi sorvegliava come una madre attenta e premurosa, dopodiché mi addormentai contro il calore del suo addome e del suo torace, assaporando il sonno più dolce che potevo ricordare da lunghi anni.

Quando mi svegliai, il sole riscaldava il grande altipiano e la febbre era diminuita.

Anche se muscoli e ossa mi dolevano, mi sentivo abbastanza bene e, se avessi potuto camminare, credo che avrei fatto una corsa tra gli arbusti e i prati: mi ricordai allora del giorno prima, quando avevo definito "inutile sterpaglia" tutto quel che mi circondava e che ora mi appariva così bello.

Ogni cosa mi entusiasmava, dal fiore più piccolo all'insetto colorato che mi svolazzava intorno: mano e braccio erano tornati normali.

Risi di me stesso.

Passai il tempo a osservare i cavallini; brucavano, sgroppavano, trotterellavano un po' ovunque, però il loro aspetto malandato mi era sempre più evidente, come la loro magrezza, le macchie e le escoriazioni sul manto, i loro grandi occhi tristi.

Non avevo dubbi che fossero malati.

Al di là dei vetri del mio ufficio all'ultimo piano di una delle vie più eleganti di Milano, la realtà non era esattamente quella che mi ero immaginato.

Mi vennero in mente gli impegni di lavoro e la mia segretaria, cercai di figurarmi quel che Sara avrebbe pensato non vedendomi arrivare in ufficio puntuale come al solito.

Mi venne da sorridere.

Probabilmente avrebbe dedotto che io fossi a casa, a riposare, dopo una giornata faticosa trascorsa "in una terra primitiva", e che mi sarei fatto sentire più tardi.

Inoltre Sara sarebbe stata come al solito abilissima nel rimandare i pochi impegni di quella giornata.

Per fortuna non era neanche il giorno in cui la donna delle pulizie si sarebbe recata a casa mia… e anche se lo avesse fatto, non si sarebbe accorta di nulla, ci avrei scommesso.

Non saprei dire che ore fossero.

Il sole però era alto e piacevole.

Udii all'improvviso dei rumori estranei, qualcosa che cigolava e delle voci; poco dopo, dalla macchia, comparve un carretto traballante guidato da un vecchio con a fianco un ragazzino smilzo dai grandi occhi curiosi e neri, preceduti da "Selvaggia" che si era allontanata già da qualche tempo.

- Esti unu strangiu, aiaiu? - domandò il ragazzo.

- Eia, Efisieddu! Asi biu cussa macchina arrubia in s'arruga? Chini podit benni in sa Giara cund'una macchina comenti cussa? Sceti unu tontu o unu de cussus chi benint de su Continenti, cun meda dinai e pagu ciorbeddu.

- Però sa macchina est stravanara! - insistette il ragazzo.

- Siguru esti una bella macchina, po curri o po andai a Sassari … e poi, asi biu mai unu strangiu chi s'azzardiri in custu logu e cun su tempu malu chi ha fattu ariseru? Mancu deu demmu fattu. Custa genti pentza chi sia tottu parisi e poi s'agattat mal'acconciu, comenti cussu chi pappat meda e pentzat pagu; tocca chi du poneus in su carru e du potaus a che su dottori!

Naturalmente non compresi una parola di quel che i due dicevano ma, dal tono del vecchio, non era difficile capire che ero io l'oggetto della loro conversazione e i termini sembravano alquanto ironici.

Non potevo certamente dargli torto.

- Comenti steisi? Ora vi carichiamo sul carro e si potaus a domu, vedrete che lì starete meglio.

Il vecchio mi si era avvicinato e mi faceva capire, nel suo italiano inframmezzato di dialetto, che era lì per aiutarmi.

Io non sapevo cosa dirgli; dalle labbra mi uscì un "grazie" così smorzato che sembrava non avessi mai usato quella parola.

Poco dopo, timido e curioso, si avvicinò anche il ragazzino; fra le mani teneva qualcosa e me la porse.

- Ho trovato questo, nel fango, forse è vostro?

Il suo italiano era corretto, probabilmente andava a scuola.

Quando mi resi conto di quel che si trattava, credo di essere impallidito.

Lo presi e lo guardai, si trattava del mio progetto, parzialmente asciugato dal sole e con i disegni ormai ridotti ad un insieme di righe nere prive di forma.

- No - risposi istintivamente.

Lo appallottolai e me lo misi in tasca, anche se il mio primo impulso era stato quello di gettarlo via, il più lontano possibile.

Tuttavia, presero il sopravvento le nozioni di ecologia che, mio malgrado, mi avevano cacciato in testa quando ancora andavo a scuola, e lo tenni in tasca per buttarlo in un luogo più conveniente.

Il vecchio e il ragazzo mi aiutarono ad issarmi sul carro, Selvaggia restò a osservare il mio trasferimento tenendosi a distanza.

Ci seguì sino allo sterrato, quindi si voltò e sparì nella macchia; io la seguii con lo sguardo finché potei: nonostante stessi andando verso la "civiltà", ero triste.

Il carretto traballante si inoltrò per isolate strade di campagna sino a raggiungere un agglomerato di poche case.

Entrammo in una di queste.

Non era niente cui fossi abituato; non c'era la piscina né alcun altro confort particolare, solo fiori e attrezzi da campagna all'interno di un grande cortile, intorno al quale era stato costruito un porticato e sul quale si aprivano diverse porte.

Il primo impatto fu di curiosità e sorpresa da parte dei miei ospiti, dopodiché, con un paio di sostenute esortazioni, il vecchio mise in moto un'enorme macchina familiare.

Due giovani robusti mi tirarono giù dal carro, un'anziana signora aprì una porta, spalancò la finestra e scoprì il letto su cui fui adagiato; poco dopo, venivo letteralmente imboccato dalla padrona di casa che, con materna pazienza, mi aiutò a mandar giù un brodo ottimo che sapeva di carne, spezie e di tutti gli odori che aleggiavano lì intorno.

Tutti si muovevano in un trambusto che a me appariva caotico, eppure ogni cosa veniva eseguita secondo una logica precisa, ma di questo fui consapevole solo successivamente.

Comunicavano nel loro dialetto incomprensibile, di cui, oggi, ricordo solamente: "su dottori, su dottori!".

Le venne detto qualcosa che non capii e, una bambina dai capelli corvini e i grandi occhi leggermente a mandorla, probabilmente la sorella minore del ragazzino che accompagnava il vecchio, infilò di corsa il grande portone, che dal cortile portava sulla strada.

A quel punto non ero più in grado di sostenere la confusione di quella famiglia allargata: figli, nipoti, zii e nonni tutti insieme a parlare su Dio solo sa che cosa; chiusi gli occhi e lasciai che quel vociare mi scivolasse sopra come il vento che avevo sentito soffiare sul pianoro la notte precedente.

Ero praticamente incapace di articolare alcun pensiero, così mi lasciai sprofondare nel calore delle coltri e di quella disordinata ma sincera ospitalità.

Immaginai "Selvaggia", sentii il suo muso umido sul collo, rividi i suoi occhi a mandorla e, mi vergogno quasi ad ammetterlo, sentii che mi mancava, così come mi mancavano i grandi spazi aperti della Giara.

Uno dei giovani si sedette sul letto ed io riaprii gli occhi, le ragazze se ne stavano dall'altra parte della stanza, vicino alla porta.

- Io mi chiamo Giacomo, e tu? - esordì.

- Edoardo Baraldi. - risposi.

- Abbiamo chiamato il medico, come ti senti?

- Con le ossa rotte, la gamba mi fa male e credo di avere un po' di febbre.

- Ma che ci faceva uno come te, sulla Giara, da solo e con quel tempo? Non lo sai che può essere pericoloso?

Il ragazzo era stato molto schietto e diretto, ma avrei dovuto aspettarmelo.

Dalle mie parti si usa dire che uno si sente come un polpo quando non ha niente di logico con cui ribattere, inoltre mi sarei vergognato come un ladro se avessi rivelato il vero motivo della mia avventura.

- Turismo, - risposi evasivamente - mi piace il trekking.

Non potei fare a meno di notare il suo sguardo divertito, poiché non poteva essergli passato inosservato che il mio abbigliamento, griffato dalle scarpe alle punte del colletto della camicia, non era certo il più adatto a praticare quel genere di sport.

Ebbe comunque la cortesia di non dire nulla e di non mettermi ancora in difficoltà.

Il nostro colloquio fu interrotto dall'arrivo del medico che, con una professionalità che non mi sarei aspettato in un paesino come quello, fece abilmente diagnosi di frattura scomposta della tibia e, con un rapido movimento delle mani, mi fece tornare in asse l'osso rotto.

Quindi fu lui stesso a farmi l'ingessatura, leggera per non impedire troppo i movimenti, ma perfetta per quel che riguardava la sua funzionalità, così come mi dissero a Milano qualche giorno dopo, all'ospedale dove ero andato per farmi controllare.

Restai due giorni in quella famiglia, il tempo di riprendermi, e imparai ad apprezzarne la semplice e discreta ospitalità.

Misero a mia disposizione tutto quel che avevano, comprarono persino una prolunga affinché potessi servirmi del telefono a mio piacimento e senza la necessità di spostarmi.

Così potei mettermi in contatto con la mia segretaria, spiegarle in breve l'accaduto senza scendere nei particolari, organizzare il mio volo di rientro a Milano, chiamare l'agenzia di noleggio della macchina e indicare loro dove avrebbero potuto ritrovarla, prenotare un taxi affinché mi conducesse all'aeroporto il giorno stabilito.

Durante quei due giorni "ziu Antoniccu", il vecchio che mi aveva trovato nella Giara, trascorse molto tempo con me.

Mi raccontò molte leggende su quei luoghi e sui cavallini, ma non mi domandò mai niente di personale.

Gli fui tacitamente grato.

Dal canto mio, ne approfittai per avere informazioni sulle condizioni di vita dei cavallini e per sapere di preciso come era avvenuto il mio salvataggio.

Mi spiegò, un po' in dialetto e un po' in italiano - ormai riuscivo a capire almeno il senso delle frasi, almeno quando parlavano lentamente -, che da alcuni anni i cavallini erano gradualmente decimati da siccità e malattie, e che la Regione Sarda non aveva mai effettuato interventi seri in merito: - Per mancanza di fondi. - disse.

Per quel che riguardava il mio salvataggio, il suo racconto non fece altro che confermare quel che, in cuor mio, già sapevo.

Nonno e nipote stavano percorrendo la strada dove avevo lasciato la macchina, diretti ad un campo che possedevano nelle vicinanze, quando erano stati raggiunti da un cavallino che aveva loro sbarrato la strada cominciando ad impennarsi.

Dapprima avevano cercato di farlo calmare, poi avevano pensato che qualche malattia lo avesse reso del tutto pazzo - con i tempi che corrono, visto che esiste La Mucca Pazza, forse anche i cavalli possono impazzire! - alla fine avevano capito che il cavallino voleva qualcosa da loro e l'avevano seguito.

Immaginavo "Selvaggia" che, conscia del pericolo che correvo, andava a cercare aiuto chiedendolo nell'unico linguaggio che conosceva, quello della natura che tutti gli esseri viventi sono in grado di decifrare, tranne quelli come me troppo occupati a far soldi e a stipulare "buoni affari".

Mentre ziu Antoniccu parlava, sentivo che il legame fra me e Selvaggia, non si sarebbe mai spezzato, anche se, probabilmente, non l'avrei mai più rivista.

Al termine del racconto, avevo gli occhi umidi.

 

Ed eccomi a Milano, il dottore sostiene che in trenta giorni la frattura guarirà, io non me ne preoccupo.

Veramente non mi preoccupo di niente.

Chiedo alla segretaria di rinviare a data da precisare tutti gli impegni: sono molto malato e non ho le forze sufficienti.

In realtà voglio restarmene da solo a casa, assaporare il silenzio che i vetri-camera mi concedono, scrivere queste righe che ora voi state leggendo, affinché il messaggio che ho imparato durante la mia avventura in Sardegna, non resti lo sterile ricordo di un affarista forse un po' eccentrico.

Evito invece di aprire le finestre perché l'odore dello smog, che per la prima volta riesco a percepire dopo una vita trascorsa in questa metropoli, mi da il voltastomaco.

Non rispondo al telefono, a meno che non si tratti di mia madre, il display rivelatore mi dice tutto, e neppure a chiunque suoni al campanello dell'appartamento; dalla mia segretaria sono venuto a sapere che il mio socio nell'affare "Gesturi" è incazzato con me, vorrebbe sapere come sono andate le cose e avere la firma per il finanziamento e l'inizio dei lavori: il poveretto non sa quel che l'aspetta.

Sono passate ormai quasi tre settimane dal mio ritorno.

Per quanto mi dispiaccia, infilo il cappotto, afferro le stampelle e mi decido ad abbandonare il mio rifugio, la mia casa.

Dall'autista mi faccio accompagnare sino a cento metri circa dall'ufficio, percorrerò il resto della strada a piedi, la gamba non mi fa più tanto male: ancora qualche giorno e potrò iniziare a caricare sulla caviglia fratturata.

Mi faccio lasciare proprio davanti alle vetrine di un fioraio, voglio portare un po' di verde e di profumo nella mia stanza d'ufficio.

Entro e sbircio tutto intorno, in un angolo c'è un vaso pieno di lunghi rami fioriti con piccoli fiori viola, è lavanda vera, ma mi ricorda quella della Giara e li compro tutti, quindi chiedo che mi vengano recapitati in ufficio, pago e, senza attendere il resto, mi avvio verso l'elegante appartamento dell'ultimo piano dove lavoro.

Non faccio neanche in tempo a sedermi che l'interfono squilla e Sara si precipita nella stanza cercando di precedere il mio socio che è infuriato come un toro.

- Grazie, Sara, non fa niente, non si preoccupi - rispondo di rimando alle sue scuse.

Mi guarda un po' sorpresa, non penso di averla mai trattata con tanto riguardo come da quando sono tornato.

Mi siedo dopo aver accuratamente poggiato al mio fianco le stampelle e resto a guardare Michele Brambilla che si agita mentre mi sciorina tutta una serie di lagne, di rimproveri e di improperi.

Non lo invito a sedersi.

Per la verità non lo ascolto neppure, aspetto solo il momento adatto per comunicargli quel che ho deciso: si, ho deciso da solo, posso farlo poiché i tre quarti della società sono miei.

- Non ci sarà nessun villaggio sulla Giara, Michele, per cui niente finanziamento e nessun inizio lavori…

Lui mi guarda come se mi fossi bevuto il cervello.

"Se solo anche tu avessi potuto conoscere Selvaggia!" - penso fra me.

- Ma… - cerca di protestare lui.

Io lo interrompo bruscamente.

- Ho fatto un sopralluogo; la Giara non è adatta ai nostri scopi e ci costerebbe ben più di quanto avevamo preventivato. Fatti tutti i conti, il gioco non vale la candela; quella regione è troppo selvaggia e pericolosa, non si può fare niente, lì.

Michele sembra tranquillo, l'espressione del volto è ancora perplessa ma le mie argomentazioni devono averlo convinto, almeno in parte, del resto non potrebbe fare altrimenti, se perde me, è come se perdesse la gallina dalle uova d'oro.

Ancora qualche scambio di battute e se ne và.

Nel frattempo sono arrivati i fiori, chiedo a Sara di sistemarli qua e là per tutto l'ufficio, gliene regalo una decina per la sua stanza e lei ne resta sorpresa.

In effetti sono sorpreso anch'io, di me, di lei, del fatto di riconoscere quanto lei sia preziosa e indispensabile per il mio lavoro.

Finalmente resto da solo nella stanza che profuma di selvatico.

La gamba mi fa male, l'umidità e la pioggia del clima di Milano non perdonano.

Però sono sereno e, quando toglierò il gesso e sarò nuovamente in grado di camminare decentemente, ne approfitterò per visitare alcuni luoghi che stanno nei dintorni della mia città e di cui mi hanno parlato come di posti molto belli.

Magari potrei rivivere, anche se solo per un attimo, la sensazione di libertà che sono riuscito ad assaporare appena poco meno di un mese fa, sulla Giara.

Afferro le stampelle, mi alzo e mi dirigo verso le ampie vetrate coperte dalle sontuose tende in tessuto damascato.

Indifferente al loro costo, le sposto con le mani per vedere bene il cielo che, strano a dirsi, oggi è abbastanza limpido.

La mia attenzione è attratta da alcune nuvole bianche che, con leggerezza, cavalcano il pezzetto d'azzurro che si vede dalle mie finestre.

Resto a fissarle, incantato dalla mutevolezza delle loro forme e, all'improvviso, mi sembra di scorgere il muso allungato di un cavallo: si, sembra proprio "Selvaggia", libera sui cieli di Milano, che continua a prendersi cura di me, ma soprattutto del mio spirito.

Schiaccio la faccia contro il vetro alitandovi sopra, e mi ricordo di quand'ero bambino e scatenavo l'ira di mia madre e delle domestiche poiché, con quello stesso gesto, sporcavo i vetri appena puliti.

Anche allora guardavo le nuvole passare e trascorrevo il tempo a osservare le varie forme che si concretizzavano nel cielo quasi per magia. Ricordi dimenticati.

Perché avevo abbandonato la mia anima fantasiosa? Quante cose, quanta umanità avevo trascurato?

È un fardello pesante da sopportare, quanti errori in una vita che scorreva sempre più veloce e mai il tempo per pensare veramente a noi stessi.

Però sono ancora abbastanza giovane e comunque posso riguadagnare un poco del tempo perduto; comincerò a elaborare un progetto che faccia della Piana di Gesturi un'oasi faunistica dove i miei cavallini possano vivere liberamente ed essere curati, dove non corrano il rischio di estinguersi così come è capitato a tante altre specie.

- Un giorno tornerò sulla Giara, spero che "Selvaggia" sia ancora lì ad aspettarmi.

Racconti in Bacheca

Data: 1998 - Aggiornamento Racconti 2007-04-12

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Sezione Racconti Italiani in Bacheca - Ultimo Aggiornamento: 2012-05-15

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