3.3 Fabrizio De André - Ricordare una persona vera
Ad un anno dalla morte del Cantautore Fabrizio De André (11 gennaio 1999).
UNA PERSONA VERA - Gennaio 2000
Fabrizio ci ha insegnato quanto possa essere unica e importante ogni persona.
L'anima non muore mai
Quando muore un uomo è sempre un momento triste.
Quando muore un uomo che ha lasciato una grande ricchezza al mondo, forse il dolore,
per chi l'ha stimato, è più forte.
Ciò che ha lasciato Fabrizio De André è nei suoi dischi, nelle sue canzoni,
ed è un dono prezioso per tutta l'umanità.
Può forse stupire vedere la tristezza delle persone quando, un anno fa, hanno saputo della sua morte.
È vero che gli volevano bene e per un artista, un creatore di cose nuove,
questo è il miglior ringraziamento.
Ma un dolore così grande per un cantante, chi l'aveva mai visto?
Tutti noi volevamo bene a Fabrizio senza neanche averlo visto in viso.
Perché? Perché era più di un padre, più di un fratello maggiore,
che ci ha insegnato, negli anni della gioventù, a vivere.
Ci ha insegnato a ragionare, a pensare senza paraocchi ad aver pietà per i più deboli
perché siamo tutti uomini e tutti siamo un po' sfortunati.
A noi che abbiamo, almeno un poco, imparato a vivere anche ascoltando le canzoni di De André,
ci sembra che la sua scomparsa non venga capita.
Le sue opere sono rimaste tutte e questo è già molto
perché questo significa che l'uomo non è morto completamente.
Il suo spirito continuerà a vivere per molto tempo ancora.
Le musiche del cantautore genovese sono così belle da meritare di entrare nei libri di scuola,
e sono già entrati, per il riconoscimento dell'uso della lingua
e per gli insegnamenti di civiltà che lui ha lasciato in 30 anni di vita artistica.
Queste poesie raccontano del Mondo, del dolore, della sofferenza, della carità, della vita bianca e nera,
brutta e bella, capita o meno che noi viviamo.
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Il suonatore Jones è morto...
In una canzone, più delle altre, De André ha parlato di se stesso.
Quella del suonatore Jones. "In un vortice di polvere - cantava -
gli altri vedevano siccità.
A me ricordava la gonna di Jenny a un ballo di tanti anni fa.
Ascoltavo il suono forte della mia terra: era il mio cuore.
E allora perché chiamarlo ancora, come pensarlo migliore...
Libertà, l'ho vista svegliandosi nei campi bagnati e seminati, a cielo e denaro,
a cielo e amore, recintati da filo spinato.
Libertà, l'ho vista ogni volta che ho suonato per un ballo di ragazze in festa, per un compagno ubriaco.
La gente sa che tu sai suonare.
Suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace farti ascoltare..."
Sono sicuro che Jones-Fabrizio il suonatore avrebbe giocato anche con la vita se il creatore non l'avesse preso.
Egli che come Jones ha offerto la gola al vino,
la faccia al vento e mai un pensiero al denaro, all'amore e al cielo.
Mi sembra di vederlo con la chitarra imprecare.
Egli che ha dovuto dormire nell'Hotel Supramonte e che ha accompagnato Piero e Marinella verso l'altro mondo.
Lui che ha fatto di Via del Campo una metafora del mondo intero.
Lui che fino all'ultimo cantava canzoni di speranza e tormento.
Spero solo che nel morire non abbia sofferto molto. Non lo meritava.
Il cantante della sofferenza, ma sarebbe bello ricordarlo oggi che le lacrime ufficiali della televisione sono finite,
come una specie di miglior avvocato delle cause perse; come un difensore degli ultimi,
di coloro che non sanno, dei deboli, dei poveri.
Le canzoni di De André hanno insegnato a tutti a guardare con affetto e pietà ai ladri per fame,
alle donne di facili costumi, agli innamorati lasciati, agli zingari,
ai matti, ai malati, ai soldati morti in guerra.
E Vi ricordate della canzone del malato di cuore?
Quanto significato in quelle parole.
"Ho cominciato anch'io a sognare con loro - cantava -
e dopo l'anima, d'improvviso, prese il volo.
Da ragazzo guardavo gli altri ragazzi giocare, al ritmo del mio cuore malato,
e mi veniva la voglia di uscire e giocare per correre nel prato,
per vedere come fanno gli altri ragazzi a riprendere fiato.
E ti tieni la voglia e rimani a pensare cosa ti manca per correre..."
- e segue con il pensiero di quello si faceva
"raccontare la vita dagli occhi e non poter bere alla fonte d'un fiato ma a piccolo sorsi...".
Fabrizio è stato un cantautore di grande valore di queste storie disperate, di morte, di desolazione.
Egli aveva sempre nell'animo un sentimento di umanità che era quasi cristiano:
egli capiva la sofferenza, il pianto, la tristezza contro la cattiva sorte.
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Buona Novella per i diseredati del mondo
In questo mondo di ingiustizie e contro la giustizia solo Dio ha potuto consolare gli uomini di questo grande dolore.
Gesù, il grande rivoluzionario dell'amore per i poveri, ha dato la speranza che manca.
"Se Gesù non fosse esistito - ha detto De André
- lo si sarebbe dovuto inventare. Ed è proprio quello che gli uomini hanno fatto".
È un vangelo di Eresia quello di Fabrizio,
ma un vangelo che lascia una speranza agli uomini che capiscono gli errori che hanno fatto.
Bisogna dire che quando ha scritto le frasi su Gesù ha sempre lasciato capire che,
nonostante uno possa non credere a quello che gli uomini hanno creato dietro la figura di Dio,
nessuno può dimenticare quanto è stato importante il Vangelo della Buona Novella nel mondo.
A Fabrizio De André piaceva l'idea del mondo disegnato al rovescio di quel Nazzareno.
Un dio con i capelli lunghi che parlava con le prostitute e con i peccatori
perché erano quelli che avevano bisogno della luce del cielo,
e De André ha scritto molto su questi perché erano quelli che avevano bisogno della luce della poesia.
Una luce che non può cambiare il mondo, ma almeno rende più sopportabile il dolore.
Il soffrire è una caratteristica dell'umanità e bisogna rispettare chi soffre
perché in questo modo si rispetta l'uomo.
Il corpo degli uomini è il tempio della vita.
Il dolore è la preghiera di questa umanità malata che non riesce a trovare Dio in nessun angolo del Mondo.
Addio Fabrizio
"Lode a Dio, Lode all'uomo, Lode a chi nella vita sente pietà per gli ultimi".
Addio Fabrizio, una preghiera della gente senza Dio ti accompagnerà nei verdi pascoli del Cielo.
Giuseppe Corongiu - 2000-01-20
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Data traduzione documento: 2000-02-09 - Informazioni sulla Sardegna Sezione Cultura e Lingua Sarda
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non puoi scegliere i parenti, ma puoi scegliere gli amici. Vivere vuol dire scegliere, decidere cosa fare, ogni giorno.
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- Data Ultimo Aggiornamento:
2010-06-25
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